capitolo16 - STORIA di FUCECCHIO FATTI, PERSONAGGI ED EVENTI - di Mario Catastini a cura di Giacomo Pierozzi

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CAPITOLI
XVI

FUCECCHIO DI NUOVO SOTTO IL GRANDUCATO DI TOSCANA DEL LORENA
DAL 1799 AL 1801


1799 - Piaggeria fucecchiese

La dominazione francese, iniziata sotto i più rosei auspici il 26 marzo 1799 si concluse il 7 luglio del medesimo anno.
Il giorno successivo alla partenza dei Francesi dal suolo della Toscana, nella seduta straordinaria del Consiglio Comunale di Fucecchio venne letto questo comunicato traboccante piaggeria filo-granducale:

Le truppe francesi che dal 26 marzo 1799 fino ad ora hanno tenuta occupata la Toscana si sono finalmente ritirate da Firenze e altri luoghi della Toscana. Perciò è venuto a cessare il loro imperioso governo che democratico appellavano, e a ripristinarsi il tanto da noi desiato Governo del nostro amabilissimo Sovrano Sua Altezza Reale il Serenissimo Ferdinando III, Arciduca d’Austria e Granduca decimo di Toscana.

Il Consiglio Comunale per onorare simile evento deliberò quattro provvedimenti:
1- costituì una truppa civica locale di volontari come prescritto dal Senato Fiorentino;
2- furono stanziate 400 lire per un triduo di ringraziamento da farsi in Collegiata (ringraziamento) per la liberazione della Toscana dalle truppe francesi; ringraziamento per l’ingresso delle truppe austriache nel Granducato di Toscana; ringraziamento per il ripristino del Governo di S.A.R. Ferdinando III.
3 - assegnò un sussidio speciale ai poveri da distribuirsi il 26 luglio, il giorno del ringraziamento;
4 - venne realizzato nel Convento francescano di S. Romano un carcere destinato agli imputati di giacobinismo. Il nostro Comune versò un contributo di 96 lire.

1800 - Fine delle querce delle Cerbaie

Le Cerbaie erano state fin dal Medioevo una inesauribile riserva di querce.
Padrone dei boschi e dei poderi delle Cerbaie era il Comune di Fucecchio. I nostri amministratori era ben consapevoli del valore del legno di quercia. Il taglio delle querce veniva perciò programmato in maniera da non provocare mai un depauperamento di queste piante.
All’inizio del 1800 nelle Cerbaie del comune di Fucecchio non c’era più nemmeno una quercia. Tutte le querce erano state soppiantate dai pini selvatici. Perché?
Una legge del 1606 obbligava il nostro Comune a riservare le migliori querce all’Arsenale di Pisa per la fabbricazione e la riparazione delle galere (navi).
Nel 1771 erano state bollate per l’Arsenale 21.000 querce. Ogni anno, come risulta da un documento del 1719 venivano spedite mille querce bollate al maestro dell’Arsenale di Pisa ed altre all’Arsenale di Livorno. Non era facile reintegrarle nel giro di pochi anni. Ma dove erano finite le 21.000 querce bollate?
Qualcuna l’aveva venduta di contrabbando il Comune per supplire alle mancate entrate dei 193 poderi comunali delle Cerbaie causate dal crollo del prezzo del grano. Ma tutte le altre?
Il granduca Leopoldo I, con i decreti del 1769 e del 1774, aveva obbligato il nostro Comune, proprietario delle Cerbaie, a privatizzarle - cioè a venderle - entro il 1780. I nuovi padroni, non più vincolati da contratti con gli Arsenali di Pisa e di Livorno, avevano abbattuto le querce e le avevano sostituite con i pini selvatici che nel giro di pochissimi anni potevano essere abbattuti e venduti. I pini erano molto più convenienti delle querce e i guadagni erano molto più immediati.

Così finirono le Cerbaie e le sue querce.

1800 - L’inizio della miseria

Ai primi di giugno del 1800 si seppe che Napoleone, di vittoria in vittoria, aveva raggiunto Milano.
Questo fatto fece rabbrividire alcuni ed esultare altri.
Intanto le truppe austriache presenti nel nostro territorio, nell’atto di ritirarsi per andare a fermare Napoleone, ci portarono via tutto quanto capitò sotto le loro mani.
Il 16 giugno 1800 rimase un giorno memorabile per i fucecchiesi: gli Austriaci fecero un vero e proprio “repulisti”, come si usa dire a Fucecchio.
Essi ripulirono completamente la Fattoria Corsini, il Palazzo Lampaggi e il Palazzo Montanelli, entrambi in via Castruccio. Dopo aver requisito oro, argento, vettovaglie, e stoffe prelevarono tutti gli uomini e anche quei giovani che mostravano di avere idee liberali come i figli del capitano Anton Lampaggi.
La massa dei miserabili aumentò. Era letteralmente impossibile soccorrerli perché le casse comunali erano vuote. Inutilmente il granduca invitava i Vicari a fare il punto sulla situazione. I Vicari tacevano.
Intanto i poveri carcerati languivano. Con la retta di una lira al giorno che era corrisposta per loro dal Comune, a stento gli addetti riuscivano a comprar loro un tozzo di pane.
Il Broccardi, ministro del granduca, chiese a due notabili fucecchiesi di “ percorrere il paese due volte alla settimana onde raccogliere elemosine da distribuire ai carcerati”.
Cinque anni dopo, nel 1805, la situazione non era migliorata come risulta da una relazione stesa per conto della Regina del Regno d’Etruria, dal suo perito fiscale dott. Pietro Amidei:
“ Fucecchio è una terra popolosa assai ed il numero dei poveri vi è grande altrettanto che il medico non fa visite data la impossibilità che ha la gente non solo di comprarsi i medicinali ma di sostentarsi.

Le malattie erano provocate sia dal “poco sostentamento che dalla poca pulizia”.
I malaticci, gli inabili e gli anziani “ vengono lasciati lì a languire nella loro miseria, al sudiciume e si vedono trascinare a stento una vita affannata, mendicando. “
Le condizioni igieniche del paese erano raggelanti. A proposito delle FOGNE il dott. Amidei scrisse:
“.. bisognerebbe far togliere tutti gli ingombri che unitamente alle acque stagnanti danno un fetore insopportabile.”
La gente gettava l’immondizia nelle strade e i vicoli erano ricoperti di rifiuti.
Il passaggio quasi quotidiano delle truppe francesi (siamo nel 1805) e i loro frequenti acquartieramenti nel nostro paese avevano dissanguato le riserve finanziarie del Comune e ridotto alla miseria i fucecchiesi.

1800 - Illuminazione pubblica nei primi decenni del 1800

Fino al 1812 il paese di Fucecchio, di notte, era illuminato da due lumi ad olio:
- uno sotto il loggiato del Pretorio;
- uno alla Porta di S. Andrea.

Durante la dominazione napoleonica vennero installati altri nove lampioni.
I lumi erano accesi al tramonto e venivano spenti a mezzanotte.
Nel 1838 fu deliberato che almeno tre dei dieci lampioni rimanessero accesi dal tramonto all’alba del giorno successivo.
Qualche anno dopo, fu deliberata la collocazione di un lampione in ogni via.

1800 - Carestia

Carestìa significa scarsezza di viveri che interessa non singole persone ma popolazioni intere.
Le cause della carestia possono essere naturali o belliche o economiche.
Molte volte i periodi di carestia, almeno nel passato remoto, erano coincisi con quegli eventi metereologici che distruggevano i raccolti o che addirittura impedivano la crescita delle piante alimentari; altre volte invece erano coincisi con il passaggio delle orde barbariche o con la presenza di eserciti invasori; altre ancora erano coincisi con stati di miseria nera.
Il nuovo secolo, il 1800, iniziò a Fucecchio sotto i segni della carestia, cioè della mancanza totale di derrate alimentari.
I francesi se ne erano andati dalla Toscana, e quindi anche da Fucecchio, nel luglio del 1799. E non se ne erano andati a mani vuote.
Ai Francesi erano subentrati gli Austriaci.
Per “mantenere” le truppe austriache di stanza a Fucecchio, il nostro comune aveva speso 5.600 lire.
Le casse vuote del Comune impedirono l’acquisto dei consueti approvvigionamenti di derrate alimentari.
La miseria sfociò così nella carestia.
I parroci, imbeccati dagli organi del potere, cercarono invano di persuadere i “miserabili” che quella carestia era una prova, un segno della Volontà Divina.
Invano furono invitate le famiglie più facoltose del paese ad adoperarsi per chi moriva di fame.
I più colpiti dalla carestia furono i detenuti del nostro carcere vicariale nell’attuale piazza Vittorio Veneto.
L’unica lira messa a disposizione per ogni detenuto bastava soltanto per il pane “né vi resta niente per la minestra e per il companatico prescritto dalla Legge”.

1800 - Bestemmia e turpiloquio

La bestemmia e il turpiloquio sono inquilini abituali della nostra comunità, oggi come ieri.
I mass media, e in specie la televisione, hanno favorito in questi anni l’uso, diffuso in tutti gli strati sociali, del turpiloquio che è diventato un intercalare naturale anche dei nostri bambini.
Anche nel 1800 le bestemmie e le parolacce erano il pane quotidiano dei nostri compaesani.
Ben lo sapeva anche il nostro vescovo di S. Miniato, monsignor Pio Del Corona, quando nel settembre del 1877 venne in visita pastorale a Fucecchio. Era stato accolto festosamente dai fucecchiesi sempre ossequiosi nei confronti delle autorità civili e religiose.
La visita, durata quattro giorni, si concluse trionfalmente in Collegiata. Qui il vescovo tenne un’omelia sulla bestemmia e sul turpiloquio. Il discorso commosse anche i più incalliti bestemmiatori i quali, però, non smisero di bestemmiare.
Aveva detto il vescovo:
E non ha forse ragione di essere l’animo nostro profondamente trafitto, se l’aere che si respira e che mite e piacevole ci ricorda i benefici innumerevoli di Dio medesimo per ogni dove risuona del nome di questo Dio medesimo e non già misto alla tenera vocazione, alla laude melodiosa, al canto eucaristico, ma accompagnato dalla mossa di insulto dalla frase dell’ira, dal modo dell’arroganza e persino dall’aggressione della più orgogliosa e ributtante empietà?


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